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Storie sociali per l'autismo: come scriverle, esempi pratici e quando usarle a scuola e a casa

Storie sociali per l'autismo: come scriverle, esempi pratici e quando usarle a scuola e a casa

Immagina un bambino che ogni mattina si blocca davanti alla porta della scuola. Non perché non voglia entrare, ma perché non sa cosa lo aspetta dentro. Il rumore, le persone, le regole non scritte di un mondo che sembra parlare una lingua diversa dalla sua. Ora immagina che quel bambino, la sera prima, abbia letto una piccola storia su cosa succede quando si arriva in classe: chi c’è, cosa si fa, come ci si siede, cosa si dice. Il mattino dopo, la porta sembra meno alta. Questo è il potere delle storie sociali.

Le storie sociali sono strumenti narrativi brevi e strutturati, sviluppati alla fine degli anni Ottanta dalla pedagogista Carol Gray, pensati specificamente per supportare bambini e adulti con disturbo dello spettro autistico (DSA). La loro funzione è semplice ma profonda: descrivere situazioni sociali complesse in modo chiaro, prevedibile e rassicurante, aiutando chi ha difficoltà a leggere i contesti impliciti del mondo relazionale a orientarsi con maggiore sicurezza e autonomia.

Punti Chiave

  • Le storie sociali descrivono situazioni quotidiane in modo concreto e prevedibile, riducendo l’ansia da situazioni nuove o difficili per i bambini con autismo.
  • Per essere efficaci, devono essere personalizzate sul singolo bambino, scritte in prima persona e con un linguaggio positivo e diretto.
  • Possono essere usate sia a scuola che a casa, per preparare il bambino a eventi specifici, gestire transizioni o acquisire nuove abilità sociali.

Cosa sono le storie sociali e perché funzionano

Storie sociali per l'autismo: come scriverle, esempi pratici e quando usarle a scuola e a casa

Le storie sociali nascono dall’intuizione di Carol Gray, che nel 1991 iniziò a scrivere brevi testi per aiutare i suoi studenti con autismo a comprendere le situazioni sociali che trovavano disorientanti. L’idea di fondo era rivoluzionaria nella sua semplicità: se un bambino non riesce a leggere automaticamente i segnali sociali, possiamo insegnargli a comprenderli attraverso la narrazione esplicita.

Una storia sociale ben costruita risponde a sei domande fondamentali: chi è coinvolto nella situazione, dove si svolge, quando accade, cosa succede, come ci si comporta e perché quella risposta è appropriata. Questo schema narrativo fornisce una mappa cognitiva della situazione, riducendo l’incertezza che spesso è alla base di comportamenti problematici o di rifiuto.

Il meccanismo che rende le storie sociali efficaci è legato alle caratteristiche cognitive tipiche del profilo autistico. Molte persone con DSA presentano difficoltà nella cosiddetta “teoria della mente”, ovvero nella capacità di inferire stati mentali, intenzioni ed emozioni altrui. Faticano a comprendere le regole implicite del comportamento sociale, quelle che la maggior parte delle persone impara per osservazione e imitazione spontanea. Le storie sociali rendono esplicito ciò che è implicito, traducono in parole ciò che solitamente si comunica attraverso sguardi, toni di voce, gesti e contesti.

Un altro elemento centrale è la prevedibilità. Per molte persone con autismo, l’imprevedibilità degli eventi è una fonte di forte stress. Sapere in anticipo cosa accadrà, anche attraverso una storia, permette di prepararsi emotivamente e cognitivamente, riducendo la risposta di allarme che spesso si manifesta come comportamento dirompente o ritiro.

Come si scrive una storia sociale efficace

Scrivere una storia sociale non è un processo intuitivo: richiede attenzione, conoscenza del bambino e rispetto di alcune regole strutturali precise, formulate dalla stessa Carol Gray nel corso degli anni.

Il primo principio riguarda la prospettiva. La storia va scritta in prima persona singolare, come se fosse il bambino stesso a raccontare la propria esperienza. Questa scelta non è casuale: favorisce l’immedesimazione, rende il testo più immediato e aiuta il bambino a interiorizzare le informazioni come proprie, non come istruzioni esterne imposte da altri.

Il secondo principio riguarda il tono. Il linguaggio deve essere positivo, concreto e rassicurante. Si descrive quello che accade e quello che si fa, non quello che non si deve fare. Invece di scrivere “non devo urlare in classe”, si scriverà “quando sono in classe parlo con voce bassa”. Questa scelta riduce l’ansia e orienta il bambino verso il comportamento desiderato in modo costruttivo.

Il terzo principio riguarda la struttura delle frasi. Carol Gray ha identificato tre tipologie principali di frasi da includere in una storia sociale. Le frasi descrittive presentano i fatti in modo neutro (“La mia classe si chiama 2A. Ci sono venti bambini e la maestra Giulia”). Le frasi prospettive descrivono i pensieri o le emozioni degli altri (“La maestra è contenta quando ascolto”). Le frasi direttive indicano il comportamento atteso (“Posso alzare la mano se voglio parlare”). La proporzione suggerita da Gray prevede che le frasi direttive siano in minoranza rispetto a quelle descrittive e prospettive, per evitare che la storia sembri una lista di regole.

Un quarto elemento fondamentale è la personalizzazione. Una storia sociale non è un modello da fotocopiare, ma un testo costruito attorno alla specifica situazione che crea difficoltà a quel bambino, in quel contesto, in quel momento della sua vita. Conoscere i suoi interessi, il suo livello di comprensione linguistica, le sue paure e le sue risorse è indispensabile per scrivere un testo che parli davvero a lui.

Infine, la storia deve essere breve: tra le cinque e le quindici frasi sono generalmente sufficienti. Testi troppo lunghi perdono efficacia, soprattutto con bambini più piccoli o con maggiori difficoltà di comprensione del testo scritto. In questi casi, si possono aggiungere immagini, fotografie reali o pittogrammi che supportino la comprensione visiva.

Esempi pratici di storie sociali

Storie sociali per l'autismo: come scriverle, esempi pratici e quando usarle a scuola e a casa

Vedere una storia sociale in azione aiuta a comprendere meglio come applicare i principi teorici. Di seguito sono presentate alcune situazioni tipiche con esempi di testi.

La prima situazione riguarda l’arrivo a scuola. “Ogni mattina vado a scuola con la mia famiglia. Quando arrivo, entro dal cancello principale. Appendo lo zaino al mio gancio e vado in classe. La mia maestra mi saluta quando entro. I miei compagni sono già lì. Posso sedermi al mio posto e aspettare che la lezione cominci. Quando sono seduto al mio posto mi sento al sicuro.”

La seconda situazione riguarda il momento della ricreazione. “Ogni giorno c’è un momento di ricreazione. La ricreazione dura venti minuti. In ricreazione posso giocare in cortile o stare seduto sulla panchina. Alcuni bambini corrono, altri parlano, altri giocano con la palla. Posso guardare cosa fanno e decidere cosa mi piace fare. Se ho voglia di stare da solo va bene. Se voglio giocare con qualcuno posso avvicinarmi e chiedere.”

La terza situazione riguarda una visita medica. “Oggi vado dal dottore. Il dottore si chiama dottor Marco. Il suo studio è bianco e c’è qualche sedia. Il dottore vorrà guardare la mia gola e la mia pancia. Potrebbe fare un po’ strano, ma non farà male. La mia mamma starà con me tutto il tempo. Quando finiamo, torniamo a casa.”

Quando e come usarle a scuola

A scuola, le storie sociali trovano una delle loro applicazioni più naturali e produttive. Gli insegnanti di sostegno, gli educatori e i team multidisciplinari possono integrarle nella programmazione educativa individualizzata (PEI) come strumento di supporto per situazioni specifiche.

Le situazioni per le quali le storie sociali sono particolarmente indicate a scuola sono molteplici. Le transizioni tra un’attività e l’altra sono spesso fonte di difficoltà per i bambini con autismo: una storia che descriva come si passa dalla matematica alla lettura, o dalla classe alla palestra, può ridurre significativamente l’agitazione. Allo stesso modo, i cambiamenti nella routine, come la presenza di una supplente o un’uscita didattica, possono essere anticipati attraverso una storia letta nei giorni precedenti.

Le situazioni sociali complesse come il lavoro di gruppo, la gestione del conflitto con un compagno o il momento del pranzo in mensa sono altri contesti in cui le storie sociali possono fare la differenza. Anche le regole non scritte della classe, come chiedere il permesso per alzarsi o come comportarsi durante un’interrogazione, si prestano bene a essere esplorate attraverso questo formato.

Per massimizzare l’efficacia, è utile leggere la storia con il bambino prima che la situazione si verifichi, non nel momento in cui è già in corso il disagio. La lettura regolare, ripetuta nel tempo, favorisce l’interiorizzazione. Si può leggere insieme ogni mattina per alcune settimane, fino a quando il comportamento target diventa più stabile e naturale. Gradualmente, la dipendenza dalla storia diminuisce e il bambino acquisisce autonomia.

Quando e come usarle a casa

Storie sociali per l'autismo: come scriverle, esempi pratici e quando usarle a scuola e a casa

In ambito familiare, le storie sociali si rivelano preziose in una varietà di contesti che spesso mettono a dura prova sia il bambino che i genitori. Le routine quotidiane, i momenti di transizione, gli eventi speciali e le situazioni nuove sono tutte occasioni in cui uno strumento narrativo strutturato può fare la differenza.

I momenti della giornata che più spesso generano conflitti o difficoltà nelle famiglie con un figlio con autismo sono il risveglio, i pasti, il bagno, i compiti e il momento di andare a dormire. Per ciascuno di questi momenti, una storia sociale può aiutare il bambino a sapere cosa lo aspetta, riducendo la resistenza e favorendo la cooperazione.

Gli eventi straordinari come le feste di compleanno, le vacanze, i matrimoni o anche semplicemente una cena al ristorante sono situazioni che, per la loro natura imprevedibile e socialmente complessa, possono risultare molto stressanti. Preparare il bambino attraverso una storia che descriva cosa accadrà, chi ci sarà, come sarà l’ambiente e cosa potrà fare se ha bisogno di una pausa, lo mette in condizione di affrontare l’evento con maggiore sereenità.

I genitori possono imparare a scrivere storie sociali con una formazione relativamente breve, e molte associazioni e servizi di neuropsichiatria infantile offrono supporto in questo senso. È importante che la storia rifletta la realtà specifica della famiglia e del bambino: usare fotografie reali dei luoghi, delle persone e degli oggetti coinvolti aumenta notevolmente l’efficacia dello strumento.

Conclusione

Le storie sociali rappresentano uno strumento di straordinaria semplicità e altrettanto straordinaria efficacia. Non richiedono tecnologie costose, non presuppongono competenze specialistiche fuori dalla portata di genitori e insegnanti e non richiedono che il bambino faccia qualcosa di diverso da ciò che sa già fare: leggere, ascoltare, guardare immagini.

Ciò che richiedono è attenzione. Attenzione al bambino specifico, alla sua storia, ai suoi punti di forza e alle sue difficoltà. Richiedono ascolto, osservazione e la volontà di mettersi dalla sua prospettiva per capire quale parte del mondo sociale risulta incomprensibile e come renderla più accessibile.

Quando una storia sociale funziona, il cambiamento non è clamoroso. Non c’è una svolta improvvisa, un momento di epifania. C’è un bambino che una mattina entra a scuola senza fermarsi davanti alla porta. C’è un momento in cui la ricreazione finisce e lui si alza, senza proteste, e torna in classe. Piccole conquiste che, per chi le vive ogni giorno, sanno di grandi vittorie.

Domande Frequenti (FAQ)

A che età si possono iniziare a usare le storie sociali?

Le storie sociali possono essere introdotte già in età prescolare, intorno ai tre o quattro anni, adattando il linguaggio e la struttura al livello di sviluppo del bambino. Con i bambini molto piccoli o con livelli di comprensione linguistica limitati, si privilegia l’uso di immagini, fotografie e pittogrammi rispetto al testo scritto. Non esiste un’età massima: le storie sociali vengono utilizzate con successo anche con adolescenti e adulti con autismo, modificando i contenuti e lo stile narrativo in base all’età e agli interessi della persona.

Le storie sociali funzionano con tutti i bambini con autismo?

Le storie sociali sono uno strumento flessibile e adattabile, ma non esistono interventi universalmente efficaci per tutti i bambini con autismo, data l’eterogeneità del profilo clinico. In generale, risultano più efficaci con bambini che hanno una buona comprensione del linguaggio scritto o verbale e che non presentano livelli di ansia o comportamenti problema molto elevati. In alcuni casi, possono essere combinate con altri strumenti, come i supporti visivi o la comunicazione aumentativa e alternativa, per aumentarne l’efficacia.

Chi può scrivere una storia sociale?

Le storie sociali possono essere scritte da insegnanti, logopedisti, psicologi, educatori e genitori, purché conoscano bene il bambino e rispettino i principi strutturali definiti da Carol Gray. Non è necessario essere uno specialista, ma è utile ricevere almeno una formazione di base, disponibile attraverso corsi, libri e materiali online prodotti da associazioni specializzate nel campo dell’autismo.

Quanto tempo ci vuole prima di vedere i risultati?

I tempi variano considerevolmente da bambino a bambino e dipendono da molti fattori, tra cui la frequenza di utilizzo, la qualità della storia e il grado di difficoltà della situazione affrontata. In alcuni casi, miglioramenti visibili si osservano già dopo poche settimane di utilizzo regolare. In altri, il processo è più graduale. È importante non aspettarsi risultati immediati e mantenere un approccio costante e paziente, valutando i progressi nel tempo insieme al team educativo o terapeutico.

Le storie sociali possono essere usate in lingua italiana o servono materiali in inglese?

Esistono numerosi materiali in lingua italiana, sia prodotti da autori italiani che tradotti da testi anglosassoni. Molte associazioni italiane attive nel campo dell’autismo mettono a disposizione risorse, esempi e linee guida per la scrittura di storie sociali in italiano. È sempre preferibile che la storia venga scritta direttamente nella lingua parlata dal bambino e dalla sua famiglia, usando un vocabolario familiare e contesti culturalmente rilevanti.

Le storie sociali possono sostituire altre terapie o interventi?

No. Le storie sociali sono uno strumento di supporto da integrare in un piano di intervento più ampio, non un trattamento autonomo. Sono più efficaci quando vengono usate in modo coordinato con la terapia logopedica, l’intervento psicoeducativo, il supporto scolastico e il lavoro con la famiglia. Il loro utilizzo dovrebbe essere discusso e condiviso con il team che segue il bambino, per garantire coerenza e continuità tra i diversi contesti di vita.

Contenuto originale del team di redazione di Upbility. È vietata la riproduzione di questo articolo, in tutto o in parte, senza indicare il nome dell’editore.

Riferimenti Bibliografici

  1. Gray, C. (1991). Social Stories. Jenison Public Schools.
  2. Gray, C. (2010). The New Social Story Book. Future Horizons.
  3. Attwood, T. (2007). The Complete Guide to Asperger’s Syndrome. Jessica Kingsley Publishers.
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  5. Test, D. W., Richter, S., Knight, V., & Spooner, F. (2011). A comprehensive review and meta-analysis of the Social Stories literature. Focus on Autism and Other Developmental Disabilities, 26(1), 49–62.
  6. Kuttler, S., Myles, B. S., & Carlson, J. K. (1998). The use of Social Stories to reduce precursors to tantrum behavior in a student with autism. Focus on Autism and Other Developmental Disabilities, 13(3), 176–182.