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Come gioca un bambino autistico: caratteristiche del gioco, cosa osservare e come stimolarlo

Come gioca un bambino autistico: caratteristiche del gioco, cosa osservare e come stimolarlo

Entra in una stanza dove gioca un bambino autistico e potresti vedere qualcosa che all’inizio non riconosci come gioco. Allinea macchinine in file perfette e fa ruotare le ruote per minuti interi. Ribalta e rialza lo stesso cubo decine di volte con un’espressione di concentrazione totale. Mette in ordine gli stessi oggetti seguendo una logica che solo lui conosce, e si arrabbia intensamente se qualcuno li sposta. Non include nessuno nel suo mondo, non invita, non risponde agli inviti. Eppure qualcosa sta chiaramente succedendo: c’è attenzione, c’è intenzione, c’è una soddisfazione visibile. È davvero gioco?

La risposta è sì, ma è un gioco che segue regole diverse da quelle che la maggior parte delle persone si aspetta. Il gioco del bambino autistico ha caratteristiche specifiche, profondamente legate al suo modo di elaborare il mondo, e comprenderle è il primo passo per smettere di valutarlo attraverso gli occhi dello sviluppo tipico e iniziare a vederlo per quello che è: una finestra privilegiata sul suo funzionamento, un terreno di incontro possibile e uno degli strumenti terapeutici ed educativi più potenti a disposizione di chi lo accompagna.

Punti Chiave

  • Il gioco del bambino autistico ha caratteristiche specifiche che riflettono il suo profilo neurologico: tende a essere solitario, ripetitivo, orientato agli oggetti piuttosto che alle persone, con interesse per le proprietà fisiche e sensoriali piuttosto che per i significati simbolici. Queste caratteristiche non indicano assenza di gioco ma un gioco diverso.
  • Osservare il gioco del bambino in modo sistematico permette di identificare i suoi interessi, le sue competenze, il suo livello di sviluppo e le aree su cui lavorare: il gioco è uno degli strumenti diagnostici e di valutazione più ricchi disponibili in età evolutiva.
  • La stimolazione del gioco nel bambino autistico è più efficace quando parte dagli interessi del bambino, utilizza strategie di ingresso progressivo nella sua attività senza forzare la condivisione, e lavora verso l’espansione graduale del repertorio piuttosto che verso la sostituzione di ciò che già esiste.

Il gioco nello sviluppo tipico: un punto di riferimento necessario

Come gioca un bambino autistico: caratteristiche del gioco, cosa osservare e come stimolarlo

Per capire come e perché il gioco del bambino autistico è diverso, è utile avere chiaro come si sviluppa il gioco nei bambini con sviluppo tipico, perché le differenze diventano significative solo su questo sfondo di riferimento.

Nel primo anno di vita il gioco è prevalentemente sensoriale e motorio: il bambino esplora gli oggetti toccandoli, mettendoli in bocca, scuotendoli, lanciandoli. Questa esplorazione è il fondamento su cui si costruiranno tutte le forme di gioco successive. Già in questa fase, tuttavia, emerge una dimensione sociale: il bambino tipico gioca con gli adulti, risponde al sorriso, imita le espressioni, ricerca la condivisione dell’attenzione su un oggetto o un evento.

Tra i dodici e i diciotto mesi compare il gioco funzionale: il bambino usa gli oggetti secondo la loro funzione convenzionale, porta la tazza alle labbra come se bevesse, mette il telefono all’orecchio, spinge la macchinina sul pavimento. Questo tipo di gioco richiede la comprensione del significato sociale degli oggetti, non solo delle loro proprietà fisiche.

Tra i diciotto e i ventiquattro mesi emerge il gioco simbolico o di finzione: il bambino fa finta che un oggetto sia un altro, usa una banana come telefono, fa dormire la bambola, dà da mangiare all’orsacchiotto. Il gioco simbolico è una tappa evolutiva cruciale perché richiede la capacità di rappresentare mentalmente ciò che non è fisicamente presente, la stessa capacità che sta alla base del linguaggio, del pensiero astratto e della teoria della mente.

Tra i tre e i cinque anni il gioco diventa sempre più sociale e narrativo: i bambini costruiscono trame condivise, assumono ruoli, negoziano le regole, modificano la storia in risposta alle azioni degli altri. Questo gioco cooperativo e di ruolo richiede una teoria della mente sufficientemente sviluppata per coordinare le proprie intenzioni con quelle degli altri.

Le caratteristiche del gioco nel bambino autistico

Il gioco del bambino autistico si discosta da questa traiettoria in modi specifici e riconoscibili, che riflettono direttamente le differenze neurologiche nel modo in cui il cervello autistico elabora le informazioni sociali, sensoriali e simboliche.

La prima caratteristica è la prevalenza del gioco solitario. Mentre i bambini tipici mostrano un progressivo interesse verso il gioco con i pari, il bambino autistico tende a giocare da solo anche in presenza di altri bambini, non per paura o per rifiuto attivo, ma perché la dimensione sociale del gioco richiede competenze di coordinazione delle intenzioni, di lettura dei segnali altrui e di teoria della mente che nel profilo autistico sono atipicamente sviluppate. Questo non significa che il bambino non noti gli altri o non sia interessato a loro: significa che gli strumenti per giocare con loro non si sono sviluppati spontaneamente come nello sviluppo tipico.

La seconda caratteristica è la ripetitività e la resistenza alla variazione. Il bambino autistico tende a giocare sempre allo stesso modo con gli stessi oggetti, seguendo sequenze rigide che si ripetono con pochissima variazione. Far ruotare le ruote di una macchinina, allineare oggetti secondo una logica precisa, accendere e spegnere lo stesso interruttore decine di volte: queste attività hanno una qualità quasi rituale, e qualsiasi interruzione o modifica può causare una reazione di intenso disagio. La ripetitività non è assenza di scopo: è spesso una fonte di regolazione sensoriale e di prevedibilità in un mondo che il bambino vive come caotico e difficile da interpretare.

La terza caratteristica riguarda il rapporto con gli oggetti. Il bambino autistico è spesso molto interessato alle proprietà fisiche e sensoriali degli oggetti, come il suono che producono, la consistenza, il movimento, la forma, piuttosto che al loro significato simbolico o funzionale convenzionale. Usa gli oggetti in modi non convenzionali, li esplora con tutti i sensi, li studia da angolazioni inusuali. Questo tipo di esplorazione è reale e ricca, anche se non corrisponde all’uso atteso.

La quarta caratteristica è la riduzione o l’assenza del gioco simbolico. Il gioco di finzione richiede la capacità di tenere nella mente due rappresentazioni simultanee di un oggetto, quella reale e quella immaginata, una competenza che dipende dalla stessa architettura cognitiva che supporta la teoria della mente. Nei bambini autistici, il gioco simbolico emerge più tardi, in forma ridotta o con caratteristiche specifiche: può essere presente ma molto rigido e basato su script fissi, spesso derivati da film o serie televisive, piuttosto che creativamente generato.

La quinta caratteristica riguarda la dimensione sensoriale del gioco. Molti bambini autistici cercano attivamente stimolazioni sensoriali specifiche attraverso il gioco: ruotare oggetti per godere del movimento visivo, sfregare superfici per la sensazione tattile, produrre suoni ripetitivi per il feedback uditivo. Queste forme di gioco sensoriale hanno una funzione regolativa precisa e rappresentano un punto di ingresso importante per la stimolazione.

Cosa osservare nel gioco: una guida sistematica per genitori ed educatori

Osservare il gioco di un bambino autistico in modo sistematico fornisce informazioni preziose sul suo livello di sviluppo, sui suoi interessi, sulle sue risorse e sulle aree su cui lavorare. Non si tratta di un’osservazione clinica riservata agli specialisti: è qualcosa che ogni genitore o educatore attento può fare, con le giuste categorie di riferimento.

Il primo aspetto da osservare è il livello di gioco: il bambino è principalmente a livello sensoriale-motorio, funzionale o ha elementi di gioco simbolico? La risposta a questa domanda fornisce una mappa del suo sviluppo cognitivo e rappresentazionale, indipendentemente dall’età anagrafica.

Il secondo aspetto riguarda la tipologia degli oggetti preferiti: il bambino mostra una preferenza per oggetti che producono effetti visivi come luci e movimenti, per oggetti tattili, per oggetti con caratteristiche sonore, o per oggetti che appartengono a categorie specifiche? Conoscere le preferenze sensoriali e categoriali del bambino permette di scegliere materiali di gioco che funzionano come leva motivazionale.

Il terzo aspetto riguarda la presenza di attenzione condivisa: il bambino cerca lo sguardo dell’adulto durante il gioco, indica o mostra oggetti, risponde quando l’adulto indica qualcosa? L’attenzione condivisa è uno dei precursori più importanti dello sviluppo comunicativo e sociale, e la sua presenza o assenza nel contesto del gioco è un’informazione clinicamente rilevante.

Il quarto aspetto riguarda la risposta all’ingresso dell’adulto nel gioco: come reagisce il bambino quando un adulto tenta di unirsi alla sua attività? Si irrigidisce, si allontana, ignora, tollera la presenza senza modificare il gioco, oppure in qualche modo include l’adulto? Questa risposta fornisce informazioni importanti sul grado di apertura alla condivisione e sulla strategia di ingresso più appropriata.

Il quinto aspetto riguarda la qualità emotiva del gioco: il bambino sembra soddisfatto, entusiasta, concentrato? C’è gioia evidente in certi momenti? Quali situazioni producono disagio o frustrazione? Mappare la geografia emotiva del gioco aiuta a costruire esperienze positive e a evitare le trappole che generano chiusura.

Come stimolare il gioco: strategie basate sull’evidenza

Come gioca un bambino autistico: caratteristiche del gioco, cosa osservare e come stimolarlo

Stimolare il gioco nel bambino autistico non significa sostituire il suo modo di giocare con uno più convenzionale. Significa partire da ciò che già esiste, costruire su di esso e aprire progressivamente nuove possibilità. Le strategie più efficaci condividono questo principio di fondo.

La prima strategia è il seguire il bambino, nota nella letteratura anglosassone come child-led play o floor time. L’adulto entra nella stanza dove il bambino sta già giocando e inizialmente si limita a essere presente senza interferire. Poi si avvicina gradualmente, osserva con interesse autentico, imita ciò che il bambino fa con un proprio oggetto parallelo. Questo approccio, fondamentale nel modello DIR-Floortime sviluppato da Stanley Greenspan, ha l’obiettivo di costruire un’alleanza nel gioco prima di qualsiasi tentativo di modificarlo o espanderlo. Quando il bambino tollera e poi inizia a rispondere alla presenza parallela dell’adulto, si crea lo spazio per l’intervento.

La seconda strategia è l’imitazione delle azioni del bambino. La ricerca ha documentato che i bambini autistici rispondono con maggiore apertura e contatto oculare agli adulti che li imitano rispetto a quelli che propongono azioni diverse. L’imitazione comunica: “ti vedo, quello che fai ha valore per me”. È una forma di riconoscimento profondo che crea le condizioni per la reciprocità.

La terza strategia è l’espansione graduale del gioco esistente. Una volta che l’adulto è entrato nel gioco del bambino come partecipante tollerato, può iniziare a introdurre piccole variazioni: aggiungere un elemento, cambiare leggermente la sequenza, proporre un oggetto diverso ma funzionalmente simile. Ogni variazione deve essere minima, introdotta senza forzatura e immediatamente ritirata se produce disagio. L’obiettivo è ampliare gradualmente la finestra di tolleranza alla novità nel contesto sicuro del gioco preferito.

La quarta strategia riguarda l’uso degli interessi speciali come porta d’ingresso. Se il bambino è appassionato di treni, i treni diventano il veicolo attraverso cui introdurre nuove competenze: il linguaggio dei treni, il gioco simbolico con i treni, le regole sociali della stazione, la narrativa di un viaggio. Usare l’interesse speciale non significa assecondare la rigidità: significa rispettare la motivazione intrinseca del bambino e usarla come leva per l’apprendimento.

La quinta strategia riguarda il lavoro sul gioco simbolico, che nei programmi di intervento precoce come il JASPER, sviluppato da Connie Kasari all’UCLA, viene affrontato in modo sistematico e graduato. Si inizia dai livelli di gioco che il bambino già padroneggia, si introducono gradualmente elementi di gioco funzionale e poi simbolico, si usa la commento verbale delle azioni per collegare azione e rappresentazione. Questo lavoro richiede tempo e consistenza, ma produce risultati significativi nel repertorio di gioco e nello sviluppo comunicativo.

Il ruolo del gioco nella terapia e nell’inclusione scolastica

Come gioca un bambino autistico: caratteristiche del gioco, cosa osservare e come stimolarlo

Il gioco non è solo un’attività piacevole: è uno dei contesti privilegiati in cui avviene lo sviluppo. Per il bambino autistico, il gioco è anche uno strumento terapeutico di primo piano, utilizzato in diversi approcci di intervento validati dalla ricerca.

Il modello DIR-Floortime, sviluppato da Stanley Greenspan e Serena Wieder, usa il gioco guidato dall’adulto come veicolo principale per lo sviluppo delle capacità relazionali, comunicative e cognitive. L’obiettivo non è l’acquisizione di comportamenti specifici, ma lo sviluppo della capacità di interagere in modo reciproco, flessibile e affettivamente significativo. La ricerca ha documentato effetti positivi di questo approccio sul livello di funzionamento globale e sulla qualità delle interazioni sociali.

Il programma JASPER, Joint Attention, Symbolic Play, Engagement and Regulation, si concentra specificamente sullo sviluppo dell’attenzione condivisa e del gioco simbolico come precursori del linguaggio e delle competenze sociali. Gli studi randomizzati controllati hanno mostrato miglioramenti significativi nell’iniziativa comunicativa e nel repertorio di gioco dei bambini che hanno seguito il programma.

Nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, il gioco è anche il contesto in cui si costruisce l’inclusione tra pari. Un bambino autistico che non partecipa al gioco condiviso rimane ai margini della vita sociale del gruppo classe, con conseguenze sul senso di appartenenza e sul benessere emotivo. Insegnare esplicitamente ai pari come entrare in contatto con il bambino autistico, come rispettare il suo ritmo, come invitarlo senza forzarlo, è una strategia di inclusione molto più efficace di quella che lascia tutto al caso.

Gli insegnanti di sostegno e gli educatori possono svolgere un ruolo fondamentale come mediatori del gioco: posizionarsi tra il bambino autistico e i compagni per facilitare gli scambi, modellare le interazioni, commentare verbalmente ciò che succede per renderlo più comprensibile a tutti. Questo tipo di mediazione, quando è ben calibrata, riduce gradualmente la propria intensità man mano che il bambino acquisisce autonomia nella relazione con i pari.

Conclusione

Il gioco del bambino autistico è reale, significativo e prezioso. Non è una versione impoverita del gioco tipico: è un modo diverso di esplorare il mondo, di trovare piacere, di regolarsi, di imparare. Vederlo come tale è il presupposto per qualsiasi intervento efficace.

Quando un genitore si siede sul pavimento accanto al figlio che allinea le macchinine e invece di correggere quella ripetitività inizia a imitarla con la propria macchinina, qualcosa cambia. Non subito, non in modo clamoroso. Ma il bambino inizia a percepire una presenza diversa, qualcuno che è disposto a entrare nel suo mondo invece di invitarlo uscire. E da quel punto di contatto, piccolo e prezioso, può iniziare qualcosa.

Ogni adulto che sa come osservare il gioco di un bambino autistico, come entrarci con rispetto e come usarlo come trampolino verso nuove esperienze, ha già in mano uno degli strumenti più potenti che esistono. Non ha bisogno di una laurea in psicologia per usarlo. Ha bisogno di pazienza, di curiosità e della disponibilità a lasciarsi guidare dal bambino, almeno all’inizio.

Domande Frequenti (FAQ)

Un bambino autistico che non gioca mai con gli altri non potrà mai imparare a farlo?

No, questa conclusione non è supportata dalla ricerca. Molti bambini autistici, con il supporto appropriato e nel tempo, sviluppano la capacità di giocare con i pari in modo significativo, anche se il processo richiede un percorso esplicito e guidato. La capacità di gioco condiviso non si sviluppa spontaneamente come nello sviluppo tipico, ma può essere insegnata attraverso approcci strutturati, mediazione adulta e creazione di contesti favorevoli. I risultati dipendono da molti fattori, tra cui l’età di inizio dell’intervento, il profilo del bambino e la qualità del supporto ricevuto.

Il gioco ripetitivo del bambino autistico deve essere limitato o incoraggiato?

Né eliminato né lasciato completamente senza direzione. Il gioco ripetitivo ha spesso una funzione regolatoria importante e dovrebbe essere rispettato come tale. Allo stesso tempo, se occupa la totalità del tempo di gioco e non lascia spazio ad altre forme di esplorazione, può diventare un ostacolo allo sviluppo. L’approccio più efficace è quello di accettare il gioco ripetitivo come punto di partenza, usarlo come base per costruire variazioni graduali e fare in modo che il repertorio di gioco si espanda nel tempo senza forzare la sostituzione di ciò che già esiste.

Come posso distinguere un gioco autistico tipico da un segnale che richiede valutazione?

Alcune caratteristiche del gioco meritano una valutazione professionale, soprattutto se persistono dopo i ventiquattro mesi: l’assenza completa di qualsiasi forma di gioco funzionale o di gioco con oggetti, la totale indifferenza verso gli altri bambini nel contesto del gioco, l’assenza di qualsiasi risposta alla presenza adulta durante il gioco, e la regressione in forme di gioco già acquisite. In questi casi, il riferimento al pediatra di base per una valutazione dello sviluppo è il primo passo appropriato.

Qual è il momento migliore della giornata per stimolare il gioco con un bambino autistico?

I momenti migliori sono quelli in cui il bambino è riposato, non sovrastimolato e già in uno stato di relativa calma. Dopo un pasto abbondante, dopo una lunga sessione scolastica o nei momenti di transizione difficile, il livello di disponibilità all’interazione è tipicamente più basso. Osservare i momenti in cui il bambino è più aperto e responsivo è il presupposto per scegliere il momento giusto. La regolarità è importante: brevi sessioni quotidiane di gioco condiviso sono più efficaci di sessioni lunghe e sporadiche.

I videogiochi e i giochi digitali sono utili o dannosi per i bambini autistici?

La risposta dipende molto da come vengono usati. I giochi digitali possono essere molto motivanti per i bambini autistici grazie alla loro prevedibilità, alla chiarezza delle regole e all’immediato feedback. Possono essere usati come leva per sviluppare competenze di sequenziazione, problem solving e anche interazione sociale in alcune piattaforme cooperative. Il rischio è che diventino l’unica forma di gioco, sostituendo completamente le esperienze sensoriali, motorie e relazionali. Un utilizzo equilibrato, con presenza adulta e discussione guidata sui contenuti, può renderli uno strumento utile all’interno di un repertorio di gioco più ampio.

Come coinvolgere i fratelli nel gioco con un bambino autistico?

I fratelli sono spesso tra i partner di gioco più potenzialmente significativi per un bambino autistico, ma hanno bisogno di essere supportati nel capire come farlo. Spiegare ai fratelli in modo adatto all’età le caratteristiche del gioco del fratello autistico, mostrare loro alcune strategie di ingresso, valorizzare i momenti di connessione anche brevi e non forzare la condivisione prolungata quando non è spontanea, sono tutte cose che i genitori possono fare per facilitare queste relazioni. Alcune famiglie trovano utile il supporto di un terapista che lavori con il gruppo fratelli nel contesto del gioco.

Contenuto originale del team di redazione di Upbility. È vietata la riproduzione di questo articolo, in tutto o in parte, senza indicare il nome dell’editore.

Riferimenti Bibliografici

  1. Greenspan, S. I., & Wieder, S. (2006). Engaging Autism: Using the Floortime Approach to Help Children Relate, Communicate and Think. Da Capo Press.
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  3. Hobson, R. P. (2002). The Cradle of Thought: Explorations of the Origins of Thinking. Macmillan.
  4. Jarrold, C. (2003). A review of research into pretend play in autism. Autism, 7(4), 379–390.
  5. Ingersoll, B., & Schreibman, L. (2006). Teaching reciprocal imitation skills to young children with autism using a naturalistic behavioral approach. Journal of Applied Behavior Analysis, 39(4), 471–481.